"Ci è giunta notizia dell'arresto al Cairo, da parte della polizia egiziana di uno studente universitario egiziano che vive e studia a Bologna e  che è sempre stato in prima fila nelle lotte studentesche e in difesa degli immigrati. L'Università di Bologna e i suoi compagni di scuola hanno dato vita a partecipate manifestazioni, chiedendone la scarcerazione e chiedendo l'intervento del governo italiano perché faccia ritorno a Bologna e alla sua attività studentesca. L'Egitto si dimostra ogni giorno che passa una feroce dittatura che reprime ogni forma di ribellione, che provenga dalle forze socialiste e comuniste, che in questi ultimi mesi hanno mobilitato i lavoratori e la classe operaia egiziana per richiedere migliorie salariali e migliori condizioni di vita e di lavoro, sia che siano le frange oltranziste che fanno capo ai Fratelli Musulmani, che hanno pagato con pesanti condanne e con la pena di morte per molti suoi giovani dirigenti. D'altra parte i nostri diversi governi (sia di centro destra che i l populista giallo verde, che quello attuale Pd M5S, sempre attenti a evidenziare eventuali mancanze di diritti umani in Venezuela, a Hong Kong, in Corea del Sud o in Siria) non hanno mai mostrato nessuna sensibilità per la feroce e disumana e ampiamente dimostrata repressione del governo egiziano, per il motivo che con questo governo intrattengono ottimi e lucrosi affari commerciali. Ancora una volta siamo succubi della politica degli imperialisti Usa e Europei e stiamo inerti nel non denunciare i gravi gesti criminosi di governi, come quello egiziano, per non perdere preziose commesse e continuare a far parte di un sistema imperialista basato sulla rapina ai popoli, alla faccia della tanto sbandierata libertà e dei diritti umani.

Circolo Culturale Proletario di Genova"

 

 

Post su Facebook, le «prove» dell’Egitto contro Patrick Zaki

 

Pino Dragoni, 11.02.2020, “Il Manifesto”

 

La piramide del terrore. Detenzione preventiva di 15 giorni che potrebbe essere rinnovata, prima udienza il 22 febbraio. Nel fascicolo della procura anche un falso verbale di perquisizione. La famiglia: «Non è una minaccia per nessuno». Gli amici: «Al centro di tutte le battaglie per i diritti»

Un murales contro l'omofobia al Cairo 

Un murales contro l'omofobia al Cairo

 

«Non corrisponde al vero quanto circolato sui social media circa l’arresto di un italiano chiamato Patrick. La persona in questione è di nazionalità egiziana…ed è stato fermato in esecuzione di un mandato di cattura emesso dalla procura generale»: con queste poche aride parole il ministero dell’Interno egiziano ha risposto al clamore internazionale suscitato dal rapimento, le torture e l’arresto dello studente Patrick George Zaki sequestrato dalla Sicurezza di Stato all’aeroporto del Cairo di ritorno dall’Italia, dove risiede per studio.

Toni che stridono con l’affetto e la stima comunicata da chi lo conosce personalmente. «Patrick è uno studente brillante – dice al manifesto un’amica e collega del master – Ha conseguito una borsa dell’Unione Europea molto ambita, passando attraverso un processo di selezione durissimo».

Il master GEMMA di Bologna in Studi di genere e delle donne a cui è iscritto Patrick, «è il master di riferimento a livello europeo in questo ambito», sponsorizzato direttamente dalla Commissione europea. La collega lo descrive come una persona estremamente aperta, con una grande voglia di conoscere, perfettamente a suo agio nell’ambiente del master, al quale sono iscritte persone «tutte provenienti da paesi e continenti diversi».

«Ama Bologna – continua l’amica – e non smette mai di ripetere quanto sia contento di studiare finalmente qualcosa che gli piace e gli sta a cuore». Lui che si è laureato in farmacia al Cairo, ma poi ha voluto proseguire scegliendo un percorso che lo portasse ad avere una formazione specifica sui temi che gli stanno a cuore, in particolare gli studi di genere in relazione ai diritti umani.

Erano stati i genitori a regalargli i biglietti aerei per tornare brevemente in visita a casa, sarebbe stata la prima volta da quando si era trasferito a Bologna. «Certamente non si aspettava che gli sarebbe potuto succedere niente del genere – dice ancora la sua collega – Altrimenti non sarebbe partito».

A salvare Patrick dall’eventualità di sparire nel nulla sarebbe stata la telefonata fatta al padre dall’aeroporto quando ha capito di rischiare l’arresto.

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Patrick George Zaki

 

«Patrick è sempre stato al centro di tutte le battaglie per i diritti umani in Egitto», scrivono i suoi amici, sin da quando all’università tedesca da membro del sindacato studentesco si batteva contro l’espulsione degli studenti politicamente attivi. «Ha combattuto instancabilmente per la protezione e la realizzazione delle libertà fondamentali degli oppressi e degli emarginati», senza fermarsi neppure dopo che l’ascesa al potere di al-Sisi ha messo a tacere tantissime voci.

Nell’agosto 2017 aveva iniziato a lavorare a tutti gli effetti per l’Egyptian Initiative for personal rights, tra le più grandi organizzazioni egiziane per i diritti, collaborazione che aveva interrotto lo scorso agosto partendo per Bologna per potersi dedicare ai suoi studi.

Intanto grazie ai suoi avvocati sono iniziati a circolare altri dettagli sul sequestro e la successiva trafila. Secondo il sito Mada Masr, Patrick sarebbe rimasto bendato per tutto il tempo della sua sparizione forzata, più di 24 ore durante cui sono avvenute le torture, i pestaggi e le minacce.

Il procuratore che lo ha interrogato si è rifiutato però di mettere agli atti la sua testimonianza, dichiarando che non era quello il luogo trattandosi solo di un interrogatorio preliminare.

A Patrick è stato presentato un fascicolo contenente alcuni suoi presunti post su Facebook (che lui ha disconosciuto) e che finora sono l’unica prova presentata, oltre a un falso verbale di perquisizione risalente al settembre 2019.

«Non riusciamo finora a comprendere le accuse contro Patrick – scrivono i familiari in un comunicato diffuso ieri – Nostro figlio non è mai stato una fonte di minaccia o di pericolo per nessuno, è sempre stato un sostegno e un aiuto per tante persone».

Contro di lui è stato impiegato l’armamentario classico di accuse ormai rivolte a tutti gli attivisti. Il rischio è che la detenzione preventiva venga rinnovata a oltranza ogni 15 giorni fino a due anni, e poi ancora ogni 45 giorni come prevede la legge, come accade alla gran parte dei dissidenti detenuti senza condanna, che così non possono neanche sapere quando l’incubo finirà.

Per Zaki prima udienza il 22 febbraio: si saprà se sarà rinviato a giudizio, rilasciato o se la detenzione sarà estesa.

La richiesta di parenti e amici è che Patrick George Zaki venga immediatamente rilasciato, che vengano stralciate tutte le accuse mosse nei suoi confronti e che si apra un’inchiesta sul sequestro e le torture che ha subito.

Ieri sono riprese le lezioni del master e oggi Patrick sarebbe dovuto rientrare in Italia dalla sua breve vacanza. «Le autorità egiziane hanno dichiarato che non è italiano, come se questo li autorizzi a farne quello che vogliono – afferma l’amica di Patrick – Ma noi diciamo di no. Patrick vive a Bologna e qui deve tornare. E tornerà».

 

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Patrick, Bologna mobilitata da 48 ore: «La ricerca non si arresta»

 

Giovanni Stinco, BOLOGNA, 11.02.2020, “Il Manifesto”

 

Italia/Egitto. Secondo giorno di manifestazioni all'università. Centinaia di studenti, con loro piazza Amnesty, Elly Schlein e i vertici di UniBo: «Le comunità accademiche si stanno mobilitando. Il governo italiano garantisca protezione a Patrick e alla sua famiglia»

Bologna chiede la liberazione di Patrick George Zaki 

Bologna chiede la liberazione di Patrick George Zaki

 

«Abbiamo una sola richiesta, un solo messaggio che vogliamo sia diffuso nella maniera più forte e chiara possibile: Patrick deve essere rilasciato subito e la sua detenzione illegale deve essere oggetto di indagine internazionale». A chiederlo al megafono è Giada, studentessa dell’Università di Bologna e compagna di master di Patrick Zaki, studente egiziano arrestato dal regime del Cairo al suo ritorno in patria.

Tutto intorno trecento manifestanti tra studenti, docenti e attivisti di Amnesty International. Striscioni, cartelli gialli che chiedono il «rilascio immediato», cartelli rossi che ricordano che «la ricerca non si arresta». Ieri sera per il secondo giorno consecutivo Bologna è scesa in piazza per la liberazione del giovane e si è stretta attorno a chi lo conosceva, perché faceva lezione con lui o perché semplicemente ci usciva assieme la sera.

«Sarà anche un cittadino egiziano e quindi soggetto a quelle leggi, ma è anche vero che Patrick è uno di noi e vogliamo che possa tornare subito a Bologna», aggiunge Anna, 22 anni, studentessa di scienze politiche.

«Il governo italiano intervenga subito e garantisca a Patrick la protezione internazionale, a lui e alla sua famiglia perché potrà anche essere liberato, ma sarà per sempre nel mirino dei servizi segreti egiziani», aggiunge al microfono Mazn, attivista di origine libica residente a Bologna.

In piazza Scaravilli, cuore della zona universitaria di Bologna, si fa vedere anche la politica: c’è la neoeletta consigliera regionale Elly Schlein e ci sono i vertici dell’Università di Bologna.

«Appena abbiamo saputo la notizia abbiamo preso contatto con i ministeri competenti, l’Alma Mater ha tra i suoi pilastri la libertà delle persone, per questo chiediamo, pretendiamo e auspichiamo almeno il rispetto dei diritti umani», spiega il prorettore vicario Mirko Degli Esposti.

«Questa non deve essere una questione dell’Unibo, tutti si devono preoccupare della sorte di Patrick Zaki», aggiunge l’ex rettore Ivano Dionigi. Non bastano le parole, dice qualche studente, «bisogna fare di più».

In pochi pronunciano il nome di Giulio Regeni, ma la sorte del ricercatore italiano è nei pensieri di tutti. «Non deve assolutamente succedere di nuovo, dobbiamo mettere pressione al governo egiziano e fare capire loro che sono sotto osservazione», dice Riccardo Rifoldi, coordinatore bolognese dell’Associazione dottorandi italiani.

Ma è solo un accenno, nessuno vuole nemmeno pensare al peggio, tutti sono concentrati sul qui e ora, sul richiedere la liberazione del compagno e amico. «Siamo in contatto con gli avvocati di Patrick in Egitto – spiega Francesca Santoro di Amnesty Bologna – La situazione è fluida e non sappiamo nemmeno quali siano i capi d’accusa visto che stanno cambiando di ora in ora. Segno che il regime proverà a utilizzare ogni scusa per trattenerlo in carcere. Come Amnesty vogliamo preparare un’iniziativa al giorno per mantenere viva l’attenzione e vorremmo anche manifestare a Roma».

A tenere le fila della mobilitazione non c’è solo Amnesty, c’è anche la rete internazionale di studenti che gira attorno al master frequentato dallo studente egiziano. Il Gemma, il master biennale in studi di genere e donne, organizzato da un consorzio di università: oltre a Bologna, Granada, Oviedo, Utrecht, York e Budapest.

«Le comunità accademiche si stanno mobilitando – dice Rita Monticelli, coordinatrice del corso – Siamo in contatto con Canada, Germania, Usa e altri paesi» che con Patrick hanno condiviso tante lezioni. Per domani potrebbe essere già organizzata la prossima manifestazione, «ma ancora non abbiamo deciso dove».

L’obiettivo è allargare a macchia d’olio la mobilitazione e farla uscire dai confini dell’Università di Bologna. Che ancora non ha toccato il suo picco. Le rappresentanze studentesche puntano a fare approvare in ogni dipartimento un ordine del giorno a favore di Patrick. Prova a spiegarlo meglio Francesco Lopes degli universitari di Link Bologna: «Non basta dichiarare, bisogna fare di più, sempre di più, e bisogna farlo in fretta».

«Patrick è una persona meravigliosa, è stato selezionato come tutti noi per partecipare a questo master europeo e ha ottenuto una borsa di studio di due anni. Lo rivogliamo subito qui».